Jimmòrrison.



C'era una sala giochi. A distanza di tanti anni tutti i miei amici ricordano di che colore fossero quelle pareti, ma ognuno rammenta una tonalità diversa. Io me le ricordo verdi e nere, a macchie. I dodicenni non sanno fumare le sigarette, in pochissimi aspirano e tutti gli altri tirano fuori dalle guance senza un pelo una nuvola gigantesca di catrame. Oltre agli schermi dei videogiochi non si vedeva nulla. Ragazzine poche, e quelle poche indossavano delle braccia al collo, sembravano felici, sembravano sempre felici. Andavano pazze per le patatine fritte con le crocchette ketchup e mayonese e le offrivano volentieri in giro. Il proprietario stava dietro la cassa a cambiare gettoni. Non l'ho mai sentito alzare la voce o staccare lo sguardo dalla Settimana Enigmistica, non leggeva quotidiani sportivi. Tra la porta del bagno e Metal Slug stazionava Demetrio, detto Jimmòrrison. Faceva il meccanico, poi era stato licenziato. Aveva una trentina di anni, forse, non ce l'ha mai voluto dire. Rigirava tra i denti una Marlboro morbida come fosse il bastoncino di liquirizia del Liuk. Non gli piaceva essere chiamato Jimmòrrison, nonostante i pantaloni di pelle, nonostante gli stivaletti, nonostante il cinturone, nonostante la camicia aperta sul petto. Qualcuno entrava nella sala, sicuro che Demetrio fosse al solito posto,  urlava "Ciao Jimmò!". Lui si infilava tre falangi nella tasca strettissima dei pantaloni e con la testa rimandava un saluto appena accennato. Aveva tutte le cassette dei Doors nella Volvo parcheggiata fuori. Ogni tanto, quando qualcuno gli stava simpatico, se lo portava a fare un giro con la musica a tutto volume. Diceva di non aver mai fatto un incidente, con una mano reggeva la sigaretta, con l'altra teneva il tempo, sulla strada dritta lasciava alle ginocchia il comando del volante. Vietava espressamente di mettere la cintura e obbligava ad ascoltare in silenzio le canzoni. Nessuno sapeva quanto sarebbe durato quel giro, una volta aveva tirato dritto fino al casello. C'era Paolo in macchina. Quando ha visto l'entrata dell'autostrada ha pensato a suo padre e a suo fratello che l'aspettavano per cena sputando maledizioni nel piatto. Demetrio invece si è fermato, ha parcheggiato nel piccolo piazzale buio e gli ha detto: 
"La vita è come un'autostrada: non finisce mai, ma ci puoi sempre restare secco." 
Silenzio. 
"L'ha detto Jim Morrison, non te lo devi dimenticà. Mo vattene a casa, che io c'ho il turno al casello."
Paolo ha scavalcato il guard rail e ha cominciato a correre nel nulla, ogni tanto il piede affondava in una pozza melmosa. Quando è tornato a casa si è inventato una scusa, si è preso i ceffoni e non è più uscito per un po'. Dato che nessuno voleva più salire in macchina con lui, Demetrio aveva cominciato a scrivere nel bagno le frasi di Jim Morrison. Annunciava questa operazione con un plateale scuotimento del suo UniPosca color argento. Stava lì ad agitarlo per bene,  aspettava che ci fosse il pieno dell'attenzione e poi entrava lentamente. Guardava il muro in cerca di uno spazio, domandava ai pochi che l'avevano seguito il permesso  per scrivere sopra i cuori con le iniziali. Quando si trattava dei "Forza Juve" o dei "Forza Milan" non si faceva nessun tipo di problema. Chiunque avrebbe potuto giurare che Demetrio non sapesse nemmeno una parola di inglese, i titoli delle canzoni diventavano "La cinque del primo album, la sette del secondo..." 
Iniziammo a sospettare che le parole di Jim Morrison fossero le sue. 
"C'ho i libri coi testi che ho comprato a Roma, se non ci credi sali in macchina che ti porto a casa mia" e chiudeva la discussione così. Ho smesso presto di andare in sala giochi e non ho più pensato a Demetrio e agli altri amici che passavano i pomeriggi lì dentro. Ma una volta, al liceo, sul mio diario sono cominciate a spuntare un certo numero di frasi che conoscevo bene. La mia compagna di banco ammazzava la noia delle interrogazioni riempiendomi le pagine vuote. Erano frasi di Jim Morrison, le stesse che scriveva Demetrio in bagno. Ho pensato che alla fine Jimmòrrison aveva ragione, le frasi non le inventava lui. 
"Scusa, ma da che libro le hai prese 'ste frasi? Sono i testi dei Doors tradotti?" 
"No, veramente l'ho ricopiate dal tavolo del Bar Cavour mentre aspettavo la seconda ora."




Alessio MacFlynn 









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1 commenti:

Niccolò Vernazza ha detto...

Anche a Salsomaggiore esisteva un jimmòrrison. Lo si chiamava, con poca fantasia, "Gusberti" dato che Gusberti era il suo cognome. Viveva raccontando storie poco interessanti ai bambini dell'età che avevo anch'io quando l'ho conosciuto, circa 11 anni. Era un colosso alto due volte Andrea, il ragazzo più velocemente sviluppato e quindi più alto dell'intera scuola media salsese, grasso e molto puzzolente, con particolari difficoltà motorie. Non spiccava per intelligenza e l'unica sua attività pomeridiana era starsene in disparte. La sera giocava a carte Magic e provava ad incularti le tue carte migliori, tuttavia spesso finiva nelle trame di qualche ragazzino più furbo di lui che lo turlupinava con scambi balordi e lo mandava a casa umiliato e deriso. Quante volte l'ho visto camminare da solo di sera, era così sfigato che sceglieva sempre la parte della strada non illuminata dal marciapiede e non di rada andava a sbattere contro qualche palo della luce o qualche bidone della spazzatura. Era figlio di un pizzaiolo e ogni sera mangiava pizza. L'italico alimento lo deve aver rovinato.
L'ultima che so di lui è che vendeva pupazzetti kinder (quelli degli ovetti) ai mercati di mezza provincia. Forse non era solo colpa delle pizze...
Comunque nessun confronto col vostro 30-enne, complimenti a lui e alla provincia che a volte regala assai

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